E' arrivato il momento di darci da fare. Noi tutti in prima persona. Sul tavolo c'è una Delibera di Iniziativa Popolare contro i cartelloni selvaggi e ci servono 5000 firme per farla arrivare in Consiglio Comunale.. segue
Una tragedia corale quella rappresentata in Romanzo criminale: l'epopea della Banda della Magliana che tra il 1977 e il 1992 tentò di conquistare Roma, insanguinandone le strade per controllare la malavita locale e accaparrarsi il mercato della droga, stabilendo proficui contatti con la Mafia siciliana e la Massoneria, con il terrorismo nero e gli apparati deviati dello stato. Sullo sfondo la Storia con la "esse" maiuscola, il ventennio della strategia della tensione e la strage alla stazione di Bologna, gli "anni di piombo" con il sequestro e l?assassinio di Aldo Moro. Un itinerario che ricalca in parte il ritratto di generazione de La meglio gioventù, ma che mostra un altro punto di vista, quello di un gruppetto di delinquenti di strada, di giovani di periferia, avidi, malvagi, senza scrupoli, che si trasforma in poco tempo in un temibile gruppo di fuoco.
Il film, così come il pregevolissimo romanzo da cui è tratto, ci immerge in questo sogno criminale fin dalla genesi. Un rapimento finito con la morte del prigioniero, un congruo riscatto da spartire, e l'idea geniale del Libanese (Pierfrancesco Favino): investire parte del bottino nell'acquisto di un enorme quantitativo di eroina allo scopo di inserirsi nel business degli stupefacenti. Il resto lo fanno la ferocia del Freddo (Kim Rossi Stuart), l'ambizione del Dandi (Claudio Santamaria), il nichilismo del Nero (Riccardo Scamarcio), e la sottomissione al denaro di amministratori, soci, amici veri o presunti, fiancheggiatori, alleati, edificatori di una ragnatela di corruzione, connivenze, coperture, omissioni, che hanno caratterizzato - e che forse tuttora condizionano - la recente storia italiana.
Romanzo criminale rappresenta anche il delirio di onnipotenza di alcuni disperati ai quali l'efferatezza delle gesta dispensa un'aura eroica e maledetta, com'è consuetudine nel cinema noir. Anche gli stereotipi dell'amicizia virile e del tradimento, la presenza di una dark lady "da urlo", la fascinosa prostituta Patrizia (Anna Muglalis) e quella di una ragazza perbene, nonché donna della redenzione, Roberta, (Jasmine Trinca), utopistico anelito a una normalità sognata e desiderata, sono topoi rispettati dal racconto.
L?elemento più atipico di questa vicenda è semmai costituito dall'antagonista più agguerrito della Banda della Magliana, il commissario Scialoja (Stefano Accorsi), un difensore della legge antipatico e di dubbia moralità il quale non esita a intraprendere una pericolosa e coinvolgente relazione con Patrizia, donna del Dandi, per sgominare la sanguinaria organizzazione malavitosa. Che nel frattempo si è allargata nel campo delle estorsioni, dell'usura, della prostituzione e del gioco d'azzardo. La sete di potere spinge questi criminali ad azioni sempre più rischiose che scateneranno una serie di vendette trasversali che coinvolgeranno "tossici" e malavitosi di ogni risma, affaristi e banchieri, e tanti cittadini innocenti, in un bagno di sangue degno di Tito Andronico o di un'altra tragedia shakespeariana.
La messinscena diretta da Michele Placido, confortata da una prova attoriale complessiva di ottimo livello (eccezionale il personaggio bello e maledetto di Kim Rossi Stuart), rappresenta un tentativo felicemente riuscito di realizzare un thriller dai forti risvolti storico-sociali, una crime story che di sicuro non sfigurerebbe sugli schermi americani, un poliziesco ?all?amatriciana? sulle cadenze romanesche, che stavolta non trasuda provincialismo perch? sorretto dai ritmi di una sceneggiatura (Rulli e Petraglia) ad orologeria, che talvolta, per un timore eccessivo di impelagarsi nelle ideologie, finisce con alcune frettolose semplificazioni (volute o imposte?), come quella di non aver chiarito a sufficienza il ruolo e il deplorevole comportamento di alcuni servitori dello stato ?fuorviati? dall?ossessione nei confronti dei ?rossi?.
Ma la bravura, e la fortuna, di Placido ? stata soprattutto quella di aver trovato una storia eccellente, una di quelle storie alle quali dovrebbe pi? spesso rivolgersi il nostro cinema, un racconto epico del giudice Giancarlo De Cataldo che miscela verit? storica e verosimiglianza letteraria in una trama che riesce a emozionare e a indignare come nella migliore tradizione del film inchiesta italiano. Anche Massimo Carlotto e Carlo Lucarelli, per non citare i Camilleri, i Faletti e gli altri, hanno gettato le basi per un noir d?autore che affondi le sue radici nella realt? (quanto scomoda!) dell?Italia contemporanea; speriamo che il cinema accantoni l?opportunismo politico e abbia finalmente il coraggio di far uscire dall?armadio quel gran numero di scheletri che affolla le pagine dei nostri bravi scrittori. Solo allora potremo, presumibilmente, riprendere quel discorso, da ormai troppo tempo accantonato, sulla qualit? della cinematografia nazionale.