cinema recensioni film nelle sale — 26 gennaio 2012
L’arte di vincere

Regia: Bennett Miller
Con: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Chris Pratt, Stephen Bishop
Distribuzione: Warner bros. Pictures Italia

Lo sport come metafora di vita; quante volte il cinema ci ha propinato questa osservazione, mostrandoci le grandezze di campioni di razza che combattono le amarezze della vita sfoggiando il meglio nelle loro attività sportive (un esempio su tutti l’intramontabile Rocky di Sylvetser Stallone, ma anche il recente The fighter con Mark Wahlberg).

Ora il regista Bennett Miller (Truman Capote-A sangue freddo) ed il suo protagonista Bard Pitt (Il curioso caso di Benjamin Button) hanno deciso di raccontarci l’ennesima storia di rivalsa traendo ispirazione da un libro di Michael Lewis, che racconta una pagina reale del baseball americano.

L’arte di vincere è la storia vera del management Billy Beane (Pitt), un uomo che nella vita avrebbe voluto fare di più come sportivo e che invece ora lavora al cospetto della Oakland A’s come general manager.

Il suo compito è quello di far quadrare bene le cose, sfruttando un budget molto al di sotto di quello che possono usufruire squadre di primordine come Red Soxx e Yankees, e Beane non ha alcuna intenzione di perdere l’occasione per mostrarsi l’uomo più giusto per questo tipo di lavoro.

Era il 2002 e la sua storia, negli USA, è già ben nota per i lusinghieri risultati ottenuti.

Chi si aspetta un film sullo sport del baseball ha poco da rallegrarsi; il regista Miller su questo tipo di osservazione ha riservato ben pochi punti, incentrandosi soprattutto sul mercato e sulle introspezioni dei suoi protagonisti.

Insomma, un racconto di vita mischiato alle avversità di chi nello sport fa affidamento più alla logica che alle doti fisiche, riservando ben poco di coinvolgente a livello emotivo e sfoggiando una indole dote nel voler far blaterare i suoi protagonisti.

A tal punto vale la pena citate allora la presenza nello script di un nome come Aaron Sorkin (premio Oscar per The social network), uno che quando mette mano ad una sceneggiatura riesce a rendere tutto il racconto più verboso e macchinoso, togliendo ogni tipo di eccitazione a chi il cinema lo adora per le immagini poetiche o per la facile retorica, un tipo di operazione insomma che ha reso L’arte di vincere un prodotto più noioso, forse anche per chi il baseball lo adora.

Pitt, che crede nel progetto con tutto se stesso (è anche tra i produttori), si vede che conta nell’operazione e sfoggia un’interpretazione buona, ma sicuramente non così lodevole da ricevere una nomination agli Academy awards (il film in tutto ne ha avute sei!), ugual discorso per la spalla Jonah Hill (Funny people), che nel film interpreta il ruolo del giovane Peter Brand.

Insomma, L’arte di vincere è uno di quei lungometraggi che a malapena prende gli animi di chi ama il baseball ma non di chi ama il cinema, che invano durante la visione attenderà un momento clou su cui si racchiude quest’opera. Inutile cercarlo, il senso sta tutto nella metafora di fondo nascosta in una narrazione noiosa e prolissa (2 ore e 13 di durata sono fin troppe).

Mirko Lomuscio

articoli correlati

Share

About Author

(0) Readers Comments

Comments are closed.