RACCONTI ROMANI

Il Misantropo

Ormai mancava solo una settimana a Natale. Le luci gioiose e multicolori già trapuntavano le case e le strade.

Il clima invernale tutto attorno era come un enorme panettone guarnito di rosso. Al posto dell’uvetta e dei canditi propositi e desideri d’amore destinati ad essere regolarmente fagocitati e dimenticati il giorno di Santo Stefano. Peccato pensai, a Roma non nevica mai altrimenti avremmo avuto anche lo zucchero a velo.

Mi infilai nel tepore scacciafreddo del bar che ti accoglieva e coccolava fra i profumi di cornetti caldi e cappuccini. E fu li, in quel rifugio accogliente che accadde qualcosa che si sarebbe impressa indelebilmente nella mia mente.

“Che te posso offrì?” Quelle parole mi sorpresero non poco risuonando dietro di me all?improvviso. Giulio “er fantasma” come lo chiamavano tutti per via che non rivolgeva una parola a nessuno se non costretto, ora mi parlava.

A dire il vero era una vita cercavo di penetrare quel suo solito silenzio con cenni di saluto a cui regolarmente non rispondeva. Ma io non mollavo, sentivo una voce che mi diceva che quell’uomo che camminava come se attorno a lui non esistesse nessuno con l?incedere leggermente incerto del tipo che di prima mattina preferiva un cognac al cappuccino, celava molto di positivo dentro se.

Sulla quarantina Giulio, fisico asciutto, naso aquilino, viso torvo ed assoluta mancanza di espressione ed interesse per qualsiasi cosa, facevano di lui il classico misantropo, chiuso nel suo egoismo e silenzio.

Era indubbiamente malvisto nel nostro ambiente di lavoro, dove è d’obbligo l’adulazione e parlare degli affari tuoi; pena illazioni e maldicenze, arricchite dalla fantasia di chi le ripete ad un altro fino a farti diventare un mister Hyde che sotto le mentite spoglie di collega taciturno c’è la chissà quali biechi segreti, occultati negli orrendi meandri, dell’immaginario di chi vuole vivere a tutti i costi la tua vita non avendone una propria da vivere. Fosse comuni dove hai sepolto la loro semplicità persa da fin troppo tempo.

Io presi un cappuccino e lui un cognac, proprio come immaginavo e questo cominci? a ripetersi ogni mattina per quasi un mese. Io non gli chiedevo niente, cos? come lui a me, rispettava completamente la mia privacy. Poi una mattina, dopo la colazione mi disse ?- viè che te faccio vedè na cosa” Mi condusse al baule della sua auto sgangherata che aveva di certo vissuto fasti ora scomparsi tra la ruggine, lo apr? e quello che vidi mi lasci? non poco sorpreso.

Dentro c?erano grandi sacchi neri dell?immondizia stracolmi di giocattoli e una serie di quadri, tutti raffiguranti bambini, con i colori della poesia e con dei visi dolcissimi da lasciarti incantato. Un quadro in particolare mi colp? e mi smosse l?anima: una donna con una bambina in braccio accompagnato dalle sue parole che come un treno partirono lentamente per diventare fiume in piena.

Con lo sguardo lontano e come se stesse parlando pi? a se stesso che a me cominci?: ?- La cosa che nun sopporto ? er pietismo de la gente, a te p? primo ricconto tutto questo, perch? dentro te ce trovo na speranza, na luce che sa quello che io so, che loro ce stanno ancora e cammineno c? me, me porteno do stanno loro.? 

Dodici anni prima, Alessandra, la bambina era volata via all?et? di 5 anni per una leucemia fulminante e Dora, sua moglie due anni dopo era andata ad occuparsi di lei ed aveva, (come diceva lui) preso il treno del cancro per raggiungerla. Ma non si erano mai allontanate, gli parlavano, lo confortavano e lo portavano ogni volta con loro.

?-Ce vieni domani pomeriggio c? noi? portamo li regali de Natale a certi amichetti de Alessandra?.Gli dissi che andava bene, che sarei andato: mi incuriosiva troppo la dolcezza e la poesia dietro l?apparenza di un uomo che semplicemente nascondeva al mondo i suoi tesori che custodiva gelosamente nel suo cuore al di la dello spazio e del tempo.

L?indomani eravamo dentro un orfanotrofio a distribuire giocattoli a dei bambini che al suo arrivo e per tutta la durata della permanenza li, lo abbracciavano e lo baciavano. ?-Ecco?, disse, ?Alessandra m?ha portato qua un giorno, mentre guidavo senza meta, cos? ho capito che la morte nun esiste, che ? solo na barriera immaginaria che la gente costruisce c? l?egoismo?.

Dopo qualche mese Giulio per motivi di salute, si trasfer? in un?altra sede vicina alla sua abitazione. Lentamente ci perdemmo di vista ma non potevo fare a meno di pensare continuamente lui. Poi una mattina, andando al lavoro lo sentii nominare all?ingresso. Mi fermai fingendo di leggere dei manifesti e seppi cos? da alcuni colleghi che “- il fantasma si era finalmente ?levato dalle p..le? Cirrosi epatica? lo avevano sempre detto loro; che se non la smetteva di bere non l?avrebbe scampata.

Pur avendo avuto voglia di replicare non lo feci e tirai via parlando silenziosamente con lui?. ?- tante belle cose Gi? e goditi la tua famiglia, questi non hanno capito niente?” Era gi? la met? di Dicembre; nella mia macchina giocattoli e un costume da Babbo Natale?..

“? Ma quale cirrosi! ? che ne sanno questi Gi?, era solo un treno?.

G. C.


 

Albe’,
me rivolgo direttamente a te

sti giorni m’hai fatto piagne, m’hai fatto piagne lacrime vere, e te giuro che nun l’ho mai versate pe nessuno de famoso, ma tu non eri uno famoso, tu eri un simbolo pe tutti noi. hai visto che cose belle e originali t’hanno dedicato? c’e’ chi ha lasciato un pacco de spaghetti de fronte a casa tua co scritto”m’hai provocato e mo te distruggo”, le signore sull’autobus, li vecchietti a la posta tutti a parla’ de te. lo sapevo che eri amato, ma cosi’ non pensavo, ma forse nessuno lo pensava, io er giorno che ho saputo che te ne eri annato l’ho sentito spontaneo de veni’ da te…pensa vicino a me c’era lando fiorini, hai visto come e’ sempre bello siridente? quer giorno proprio no albe’…pero’ c’hai fatto ride pure quer giorno, a rivede li firm tua in televisione, le battute….eri grande arbe’…e io l’ho capito perche’ te volemo bene, cosi’ bene. perche’ roma e’ na citta particolare, un po’ ciartrona ma c’ha un granne core, e tu lo sapevi, e quanno succede quarcosa che coinvorge la citta’ la citta’ risponne sempre e se strigne, perche’ stretti stretti se sentimo mejo, e allora sta li tutti in fila pe te era un po’ come di che semo romani e se se ne va er romano piu’ romano che esiste, se sparisce er simbolo nostro noi dovemo sta tutti insieme, pe senticce meno soli. perche tu, albe’, eri quello che noi piu’ giovani avemo sentito racconta’ da li padri e da li nonni, e’ quella roma mitica, magica che noi nun avemo visto e che dai racconti ce pare na favola, e’ quella gente sincera, france, burbera e de core che e’ la gente tipica de roma, finche’ c’eri te ce pareva che quella roma ce fosse ancora. c’eravamo tutti albe’ e chi nun c’era te pensava uguale. l’hai lette le scritte sur muro de casa tua? so bellissime, ce so passato pure li, quanno a roma vinse lo scudetto c’era gente che sbandierava li sotto, perche’ pure casa tua era un simbolo, se davamo l’appuntamenti sotto casa tua quanno dovevamo anna’ ar centro. uno ha scritto: non dare retta a speroni, noi del nord ti amavamo. ma tu lo sapevi e se eri vivo manco te giravi a guardallo quello la, der resto uno che non ha capito che nun rappresentavi un vigile romano ma che rappresentavi tutte le persone meschine che quanno poi c’hanno un po’ de potere se senteno padreterni, lo sai quale e’ stata la piu’ grande magia tua albe’? e’ stata che hai fatto ride tutti senza faje capi’ che stai a pija’ per culo proprio a loro. me mancherai albe’, me mancherai ogni volta che ce sara’ na cerimonia e manchera’ quello che chiamaveno sempre per rappresenta’ la vera romanita’…che poi ma che vor di sta romanita’? roma e’ na zoccola, accoje tutti e tutti poii se senteno romani, la romanita’ era la risata tua, la romanita’ era lo sguardo disincantato che c’avevi, la romanita’ e’ avecce core, la romanita, come m’ha fatto nota’ uno, sei te ar marchese der grillo che dici a tu madre che voi anna’ a parigi e lei te risponne”ma che vai a fa? nun sei bono a fa niente” e tu pii un chicco d’uva, lo lanci per aria e lo ripiji ar volo co la bocca, te la guardi e je dici”tie’, dici che nun so fa niente”. hai sentito che bello er sonetto che t’ha fatto proietti? lo sai che quanno lo leggo me scendeno i lacrimoni. albe’quanno ho saputo che non c’eri piu’ me sentivo che te volevo fa capi’ quanto eri importante, e so venuto, che dovevo fa? e l’hanno fatto tutti, perche’ te volevamo bene, io nun pensavo, nun vorei che me pijassero pe na casalinga disperata perche’ e’ morta lady diana, co te era diverso arbe’, co te veramente more na parte de noi, co te veramente finisce quarcosa e noi restamo qui stretti stretti, perche senza de te c’avemo bisogno de sta stretti pe risentisse la tua risata, pe rivedessi li firm tua pe fasse du risate insieme a te. pure ar funerale c’hai fatto ride e credo che t’ha fatto piacere. pure adesso me scenneno le lacrime arbe’. Grazie de tutto arbe’, salutame mi nonno.

“Io so’ sicuro che nun sei arrivato ancora da San Pietro in ginocchione,
a mezza strada te sarai fermato a guarda’ sta fiumana de persone.
Te rendi conto s? ch’hai combinato,
questo ? amore sincero, ? commozione,
rimprovero perch? te ne sei annato,
rispetto vero tutto pe’ Albertone.
Starai dicenno: ma che state a fa’,
ve vedo tutti tristi nel dolore
e c’hai ragione,
tutta la citt? sbrilluccica de lacrime e ricordi
‘che tu non sei sortanto un granne attore,
tu sei tanto di pi?, sei Alberto Sordi.”
(Gigi Proietti)

S.

Il Pigneto tra passato e futuro di Giovanni Attili?

Il Pigneto ? un caratteristico quartiere popolare di Roma sorto tra la fine dell’ottocento e i primi trenta anni del secolo successivo.
E’ incluso nel VI Municipio ed ? compreso in un triangolo territoriale che ha come vertice l’antico accesso all’urbe di Porta Maggiore; per lati, i tratti iniziali delle vie Prenestina e Casilina; per base, via dell’Acqua Bulicante. Si tratta di un ex borgata sorta spontaneamente per volont? di singoli risparmiatori e di cooperative, al di fuori di qualsiasi disegno pianificatorio unitario.
Un luogo denso di relazioni e di umanit?, scelto come scenario significativo per alcuni dei pi? importanti film del Neorealismo e non solo: da “Roma Citt? Aperta” (Rossellini, ’45) a “Bellissima” (Visconti ’51); da “Domenica della brava gente” (Majano’53) a “Il Ferroviere” (Germi ’55); da “Audace colpo dei soliti ignoti” (Loy ’60) per arrivare ad “Accattone” di Pasolini (’60).
La vocazione naturale del Pigneto ad essere scenario cinematografico ? ascrivibile alla particolarit? della storia che nelle sue vie si ? stratificata: una storia fatta di gente semplice, ferrovieri, operai, botteghe artigianali che pullulavano in una periferia sorta a pochi passi dal centro di Roma. Quella periferia che affettuosamente lo stesso Pasolini chiamava “la corona di spine che cinge la citt? di Dio”.
Addentrarsi oggi nelle vie del Pigneto, significa accostarsi alle tracce di quei fotogrammi incarnati nelle memorie e scolpiti nelle forme della citt?. Ma anche scorgere inediti processi di significazione degli spazi e nuove dinamiche urbane che fanno del Pigneto un osservatorio privilegiato attraverso cui osservare la contemporaneit?, fatta di identit? cangianti e comunit? in movimento. Il Pigneto si offre oggi come una vera e propria isola urbana, un quartiere-paese, una piccola citt? nella citt?: un tessuto edilizio minuto, un’isola pedonale, capannoni industriali, edifici intensivi, casette isolate e viuzze d’altri tempi popolate da umanit? multiformi. Le storie dei residenti storici si mescolano con le voci dei nuovi abitanti, attratti in massa dal carattere cos? inusuale del quartiere, dal suo passato cos? presente. Si assaporano inediti intrecci sonori che impongono di guardare all’oggi: all’incredibile commistione di lingue, stili di vita, compresenze, modalit? relazionali e stratificazioni di senso.
Quest’esplosione di vissuti ? tuttavia ingrigito da ombre inquietanti. I venti della globalizzazione e i processi di gentrification che interessano il quartiere sembrano essere apparentemente inarrestabili: la richiesta di una dimensione residenziale di qualit? e la conseguente lievitazione dei prezzi delle case, viene a legarsi all’espulsione delle categorie sociali pi? deboli che costituivano il nucleo relazionale ed identitario del quartiere e all’esplosione di conflitti dovuti alla sempre pi? significativa frammentazione sociale.
In questa cornice, il Comitato di Quartiere del Pigneto (CdQP). L’energia di donne e uomini che praticano quotidianamente la possibilit? di agire e pensare in maniera diversa. Da pi? di 12 anni (un record per Roma) soggetti diversi si incontrano ogni luned?, progettano, discutono creativamente, litigano, si appassionano e decidono insieme per quale idea di citt? vale la pena combattere. Di fronte al rischio che il quartiere possa trasformarsi nel simulacro di s? stesso, schiacciato da logiche di mercato, da modelli di riqualificazione a-contestualizzate e da operazioni di marketing urbano sorde alle esigenze degli abitanti, il CdQP cerca di disegnare traiettorie alternative: tentando di intercettare autenticamente i bisogni di un quartiere che chiede un rilancio culturale ed identitario, spazi pubblici ed attivit? imprenditoriali non invasive in grado di recuperare la densit? delle relazioni e il senso di un abitare “felice”.
Sullo sfondo la sfida tra libert? e democrazia. L’”essere in comune” e al contempo differenti. La germinazione di pratiche insorgenti che chiedono di essere ascoltate. La possibilit? del cambiamento, sul crinale incerto tra memoria e futuro.

“Carta”


Roma 15-2-03 / Esterno giorno

Un sole che scalda, l’aria ? frizzante, la gente allegra, i tempi d’attesa ragionevolmente tollerabili. Un unico brusio di fondo rotto da cori pi? o meno compatti, che gridano improvvisamente ad una voce sola: PACE, PACE, PACE.

Io e il mio gruppo abbiamo mangiato una chilata di mozzarella di bufala campana d.o.c., prima di uscire -che aristocratica colazione- bevuto vino, prima di uscire, uscendo e usciti.

Camminiamo a passo sostenuto fumando e fischiettando. Approcciamo la ”murga” o ci? che ne resta, energia ce n’?, suonano e ballano vestiti di bianco per l’occasione. Balliamo anche noi, ballano tutti: madri e figli, padri con bimbi in spalla, ragazzini con gli zaini della scuola stavolta pieni di cibo, cani, gatti, scimmie, freak, beat, scic e retr? e nonni e zii e belli e brutti e alti e bassi e magri e grassi e pazzi e sani e politici e apolitici e politicizzati e spoliticizzati e hippies e yuppies e italiani e stranieri di ogni stranierland, balliamo tutti.

Qualcuno ci sta contando, da l? in alto contano, dall”alto, che ne diranno poi? Sai cosa? Non me ne frega un cazzo e credo che parecchi condividano il disinteresse per i numeri davanti allo spettacolo entusiasmante dei fiumi di carne umana che scorrono per una Roma finalmente anti-imperiale, una Roma m a g n i f i c a.

Si ? scritta una pagina di storia il 15 febbraio 2003 ed ? una storia che vuole saltare dalla strada ai libri e dai libri di nuovo in strada, in piazza, dove ogni battaglia senza armi pu? e deve essere combattuta a dispetto di chi ci vuole convincere del contrario, a dispetto di chi vuole farci credere che non siamo nessuno, che non contiamo un cazzo…contino loro adesso allora…
1,2,3,4,10,100,1000,10000,100000,1000000…3…milioni…3, illuso pi? illuso meno, essere inutile pi? (non esserci stato) essere inutile meno (esserci sempre e comunque).
Orgogliosa di essere una che magari non conta, ma che sabato scorso hanno dovuto contare, dall’alto.

N.B.

 

Roma set eterno di Francesca Bencivenga

Quanta Roma ? fissata per sempre nelle pellicole dei vecchi maestri del cinema? Per citare solo i pi? noti: De Sica, Pasolini, Rossellini, Zavattini, Sordi, Dino Risi, Monicelli.

Ma qual ? per voi l’immagine che sintetizza Roma al cinema? Quando pensate alla citt? eterna, quale film vi spunta immediatamente nella memoria? Anita Ekberg ne “La dolce vita”? Alberto Sordi in “un americano a Roma”? Anna Magnani che cade a terra, falciata dalla mitraglia nazista in “Roma citt? aperta”?

Nemmeno i romani sanno dove si trovi quel palazzo, e anche voi per arrivarci dovrete girare per selve oscure e calli oblique. Il condominio popolare dove Rossellini gir? quella scena leggendaria si trova in via Montecuccoli, una traversa cieca della Prenestina, in zona Pigneto. Qui siete gi? nella Roma ruspante e popolare, lontani da ogni percorso turistico.

Percorrendo la Prenestina ancora per un centinaio di metri, all’ombra dell’odiatissima sopraelevata, girando a destra in via Fanfulla da Lodi, sulla destra troverete la casa dove Pasolini ambient? tutte le scene del bar in “Accattone”: il bar non c’? pi? ma la palazzina ? ancora identica e al piano terra c’? il laboratorio di un fabbro.

Dire che a Roma sono stratificati millenni di storia e memoria ? forse una banalit?; aggiungere che Roma ? stata il set ideale di tutto il cinema italiano ? quasi altrettanto ovvio. La Roma del neorealismo di Sordi, Moretti e Verdone ? la Roma che celebra se stessa: al Palazzo delle Esposizioni si ? tenuta, recentemente, una bellissima mostra sulla capitale del dopoguerra, nei suoi aspetti di costume, cultura e spettacolo, ed ? stata anche l’occasione per una ricognizione nei film girati nell’Urbe: per ricapitolarli tutti occorrerebbe la memoria filmica e topografica di generazioni di spettatori.?


Lo zenzero e l’Arte di guidare il motorino a Roma
– istruzioni per l’uso – di T. Chenal

Geppo. San Geppo. Sul calendario di Frate indovino non compare.
Sono preoccupata. Ogni giorno invoco tutti i Santi, Martiri e Vergini compresi, ma Lui non parte. E se non esistesse San Geppo?
Classe ’80, blu, sellino anatomico e molto molleggiato, il mio CIAO (a dargli questo nome deve essere stato lo stesso bigcollion che si ? inventato FORZA ITALIA), ciaetto quando mi lascio andare ai ricordi, ciaino quando si passa alle suppliche,potrebbe anche avere le sue ragioni per scioperare. E’ sempre stato un po’ di sinistra (dopo l’ultima caduta sui binari ha le forcelle,come dire, di parte (?), niente pi? sorpassi di precisione!) quindi temo sia sensibile ai temi del welfare. Poi ora ci sono anche gli incentivi del governo; ma come fare a tradire un rapporto cos? duraturo, basato sulla reciproca fiducia, e per soldi, poi? (quanto danno?).
Sono i grandi dilemmi della vita, le lotte interiori tra misticismo e pragmatismo, le frantumazioni dell’io difronte ad una scelta che deve mitigare tra le ragioni della razionalit? e le pulsioni dell’affettivit? (un’altra cosa che non c’? sul calendario di frate indovino n? sull’agenda della Lambertucci: gli effetti dello smog sui neuroni! E gli effetti dell’et? su Alberoni!!).
Complimenti! Oggi ho pedalato10 minuti; posso evitare la cyclette in palestra (ho sempre odiato fare la cyclette, alle 7 di mattina, poi, sotto gli sguardi pietosi e idioti degli automobilisti!). Certo, quando Geppo parte d? grandi soddisfazioni, ha una bella ripresina e allora s?, atteggiamento fiero e occhiate superbe alle persone che supero (oggi una bici di un turista che probabilmente aveva sbagliato citt?!). Le umiliazioni per? sono tante, ma io e Gepy abbiamo imparato ad integrare i nostri limiti (in piena accelerazione 18 km/h!).
Accidenti! Ecco la solita 3000 turbo diesel dell’anteguerra (sembra un inceneritore di Rho) con a bordo un numero imprecisato (nessuno ? mai riuscito a contarli) di senegalesi, devo andare in apnea. In un secondo ? come se avessi fumato 20 marlboro (neanche lights poi!).
In motorino ci sono 5 cose che mi possono rovinare la giornata:
– un pulmann polacco di suorine che produce nubi tipo Cernobyl (oddio che sar? il 2000!);
– due giapponesi che attraversano la strada all’improvviso (anche se fai bingo questi sono di gomma e si rialzano e magari ti mandano a quel posto in giapponese);
– un pizzardone che ti fa la multa solo perch? sei passato col rosso, contromano in una strada pedonale;
– un acquazzone estivo tipo acqua a catinelle (si consiglia in questi casi la cerata rigorosamente gialla);
– un’auto con la P (di pirla o di palle?) che cerca di parcheggiare in una strada strettissima.

Ci sono zone di Roma dove, se mi capita una delle situazioni di cui sopra, cerco di non passare perch? senn? mi potrebbero condannare ad una confessione coatta dal prete pedofilo della mia infanzia:
– la stazione termini. Questo ? il posto dove si allenanano i Kamikaze integralisti islamici. Li riconosci perch? attraversano la strada solo quando scatta il verde per gli automobilisti.
– via panisperna. E’ la via dove Geppo vive la sua doppia personalit?: crede di essere un cavallo, hiiiiiiii. Non c’? un sampietrino in linea con gli altri.
– via dei monti di pietralata. Il problema qui si pone d’inverno. O hai una mamma russa che ti procura il vero colbacco o aspetti un autobus e , via, ti metti dietro (o dentro!).
– tor bella monaca. Sono zone da frequentare solo con vespetta e caschetto alla Nanni Moretti (e soprattutto non da topone bionde con vestitini svolazzanti).
Le sensazioni che ti d? il motorino sono davvero uniche, esaltanti. Ti senti spettatore e allo stesso tempo protagonista. Senti l’appartenenza al gruppo e allo stesso tempo vivi la tua dimensione di solitudine (non sono pi? i bei tempi in cui ci si stava in due su Gepy!). Troppo bbello!
Quando si passa a Piazza Venezia, poi, dove si esibisce il vigile Nureyev sembra di stare alla partenza della maratona di NY. Se si osserva l’eterogenea, colorata, rumorosa, puzzosa moltitudine di motorini ci si accorge di quanto siano eterogenei i “motorinisti”.
I motorini sono come i cani: rispecchiano la personalit? e lo status dei padroni a tal punto da avere sembianze simili. Se li conosci, li eviti!
Gli aggressivi-ripetenti: sono sempre in due, giovanissimi, leggera peluria sulla testa lampadata, occhiali da sole (anche con la pioggia!) “dappaura”, scarpe in tinta coi pensieri (bui!), si esprimono in una specie di italiano preistorico dove prevalgono monosillabi gutturali (aoo, aaroma-aalazio, aabona) cavalcano scooters-squali molto truccati e credono solo nel Dio pallone.
Le torpignattone-aspiranti estetiste: anche loro escono sempre in due,hanno iperlabbra e iperciglia, ruminano gomme, portano wonderbra fintissimi (cercasi volontario che glielo dica!), calzano scarpe da ginnastica (sigh!) con para di 20 cm. Sono carine fino a quando non le senti parlare (purtroppo subito, perch? parlano sempre fitto-fitto di ?mini(di) con nomi curiosi tipo Cece,Dede). Hanno motorini con pupazzetti ovunque.
I bancari-peter pan: hanno moto grandi, falliche; enduro per gli sportivoni; d’epoca per i nostalgici. Guardano 10 tg al giorno, leggono i libri (?) di Bruno Vespa. Si distinguono per la loro eleganza: completi grigi, camicie azzurre, cravatte con animaletti, calzini stile Bertinotti. Quando li si sente parlare da soli ? perch? hanno il cellullare incorporato nel casco.
Le segretarie-frust(r)ate: hanno notevoli problemi ai “pit stop”, imprigionate nei loro taillleurini stretti stretti. Sono dotate di portapacchi in tinta con la borsa e le scarpe,e di foularino per ripararsi dall’ aria. Sono le donne di Cosmopolitan, dei carefree, delle dietorelle. Insomma, le donne che vivono il loro tempo!

I manovali-marpioni: se ne fregano delle convenzioni, sono molto trash. Se imbianchini hanno salopettes di colore ormai irriconoscibile; se falegnami capelli scarmigliatissimi (la sera ci trovano dentro di tutto: nidi di uccellini, penne bic, cucchiaini da caff?); se fornai lasciano scie di farine varie. Sono abilissimi nel guidare (spesso senza mani!) portando carichi voluminosissimi.
Gli alternativi-”fumati”: sono contrari per principio al consumismo, odiano gli scooters da fighetti di destra. Preferiscono camminare e infatti calzano (s)comodissimi infradito comprati in India (via Sannio!) attraverso i quali si pu? riconoscere il ditone nero calpestato dai poliziotti fascistoni davanti all’universit? (pestato sull’autobus!). Quando si emancipano viaggiano con motorini sfigatissimi del ’77 (se del ’68 ancora meglio!) comprati di seconda mano da un compagno di Foggia.
I razionali-fanatici: cappellino americano, abbigliamento casual-grandi magazzini, lavano sempre la macchina il sabato. Sono fieri dei loro scooters perfetti e pronti a qualsiasi emergenza:2 specchietti, 2 antifurto, 2 parabrezza (1 in garage!), portapacchi di eta beta (contenente impermeabilino, tuta cerata, guanti, sciarpa, occhiale da vista da riposo, costume, macchinetta fotografica, tuttocitt?, chiavi di vario genere, preservativi, ormai scaduti ma non si sa mai!).
I pony-cavalli pazzi: sono i professionisti del settore.Autodidatti, free-lance, anarchici e libertini, non si fermano davanti a niente (e nessuno). Sono gli unici che riescono a guidare sotto la pioggia battente senza bagnarsi! Come profumo usano solo eau de marmitten!
La stampa maligna, le mamme apprensive, le vecchiette paurose, vogliono convincere la gente che i motorini sono pericolosi. Non ? (sempre) vero. Certo, possono essere causa di traumi, non solo fisici (anche matematici!!).
Alcune pensionate tedesche sono state trovate sotto shock dopo che un allegrone in motorino gli era piombato alle spalle all’improvviso cantando a squarciagola l’ultima canzone dei Litfiba. In questi casi basta stare alla larga dai fans della Pausini o di Masini!
E’ difficile che i motorini facciano del male a qualcuno (semmai a chi li guida!). Il mio Geppo ha morsicato solo una volta i soliti giapponesi che avevano noleggiato uno scooter per girare Roma e si erano persi al primo incrocio (giapponesi e pure stupidi!).
Arrivare a destinazione sani e salvi ogni giorno ? comunque una chimera. In tema di sicurezza, i tremolii di Geppo mi preoccupano sempre pi?.
A Roma c’? il grosso problema dei furti. Ormai siamo arrivati al nevrotico. Bisogna fare attenzione a non sbadigliare o starnutire prima di legare il motorino perch? quando ti riprendi, puff, ? gi? sparito. Gli antifurti classici ormai non servono pi?. Fanno trend (“chi parla male, pensa male!”) gli antifurti “animati” tipo nonna arteriosclerotica e sdentata (che fa sempre il suo effetto); oppure zia zitella (e ci sono tutti i motivi!) con voce squillante (se urla ? collegata con la caserma pi? vicina); oppure rottweiler con pedigree cattivissimo (per? ha il suo punto debole se lo chiami pufipufi e gli gratti l’orecchio).Geppo, sotto questo aspetto, potrebbe interessare solo ad un disperato e anche tanto, tanto depresso.
Geppo, mio dolce, fragile, traballante Geppo come potrei vivere senza di te?


Ha senso parlare ancora di borgata, di borgate

di R. C.

Disperse intorno a Roma ci sono tante piccole realtà che resistono alla periferia selvaggia e massificata. Sono le borgate, spesso accomunate nell?immaginario al degrado urbanistico, nascondo invece un cuore generoso.

Ha senso ambientare un romanzo in borgata? Tra case in attesa di città, propaggini di una metropoli? Quando ho iniziato a scrivere “Bebo e altri ribelli. La rivoluzione spiegata alle commesse” (nonluoghi, 2002, 9 euro, www.nonluoghi.org ) avevo in mente questo stato di sospensione che non fa sentire né cittadini né paesani. Certo anche la voce di Pasolini ma come l’eco di un Italia diversa, senza più ghettizzazioni, sottosviluppo e analfabetismo legati ai luoghi. Per questo forse si poteva parlare della borgata come di un’ultima resistenza alla cementificazione forzata e diffusa che crea periferie uguali dappertutto secondo i dettami di un’urbanistica massificata che mira a farci sentire cittadini del mondo trasformandoci in replicanti.

Nel mio libro la borgata si chiama Torreverde ma potrebbe essere una qualsiasi borgata di qualsiasi città. Nella realtà Torreverde non esiste. E’ una piccola Macondo alle porte di Roma con le caratteristiche di tutte le borgate romane: Settebagni, Fidene, Torre Maura, Castelverde, Ciampino. Luoghi magici, circoscritti, di architetture creative che meritano passeggiate.

In particolare la via Salaria (antica via del Sale) riconoscibile in più punti del libro merita di essere meta di escursioni cominciando dalle tombe rupestri di Castel Giubileo, per poi passare all’antico insediamento romano di Crustumerium localizzato lungo la via Marcigliana e concludere alle numerose tombe rinvenute intorno a Settebagni (Septem Balnea). Al di là poi dell’archeologia il fascino di queste borgate è ancora intatto e si lega ad una concezione abitativa ancora umana e mononucleare. Piccoli appezzamenti di terreno con orti improvvisati e giardini in mezzo a cui spiccano fontane con veneri di milo e putti, settenani e biancanevi in un’estasi del kitsch e dell’infantile.

Parioli-Trieste 3500 euro al mq2

di F. Z.

Ci si potrebbe chiedere perch? riunire questi due quartieri sotto un’unica nomenclatura. Si pu? rispondere che sono tra i quartieri pi? benestanti di Roma, almeno a giudicare dalla percentuale di verde, di reddito pro-capite dei loro abitanti, e dal costo delle abitazioni al metro quadro nei listini Tecnocasa. E poi non sono io a riunirli in questo modo, ma appunto i listini Toscano, Tecnocasa e ImmobilDream.
Sono i due quartieri dell’alta borghesia moraviana, che abbacinava, con le sue palazzine signorili e i villini dec?, gli occhi dei senz’altro pi? umili abitanti dei palazzi di ringhiera del Casilino, Prenestino e del Pigneto, quando li lambivano con la circolare, per oltrepassarli verso destinazioni allora lontanissime, o recarvisi a servizio.
Sono anche i quartieri simbolo di una certa Roma anni ’70, quella di piazza Euclide, di viale Pola, di Izzo e Ghira, della strage del Circeo, dei vesponi e delle Mini. Ma soprattutto sono i quartieri, per chi non ne ? al corrente, di una classe politica che, in numero cospicuo cresciuta in questa zona, siede oggi in parlamento, ricopre importanti incarichi fra i vari partiti, e vanta illustri padri, e anche pi? noti predecessori.

Si potrebbe partire da Mussolini, con la residenza a Villa Torlonia, di fronte l’inizio di Corso Trieste e la verde Villa Paganini. Questa forte impronta deve aver contrassegnato particolarmente l’anima dei due quartieri, in maggioranza schierata a destra, soprattutto negli anni pi? bui, gli anni ’70, con il loro tragicomico intreccio di lotte e faide politiche tra bande di giovani, in lotta ciascuna per la sua rivoluzione.
Personalmente, da un balcone di via Capodistria, traversa di Corso Trieste, vidi per la prima volta, all’et? di 13 anni, l’assalto di un commando con caschi e catene a un ragazzo di ritorno a casa, alle nove di sera, la cui colpa credo fosse essere di sinistra. La persona da cui stavo a casa, mio coetaneo, sarebbe stato di l? a pochi anni arrestato per terrorismo, banda armata, insurrezione contro i poteri dello stato, associazione sovversiva, rapina, porto d’armi, ecc.. Era, ed ?, un amico. L’altro del nostro terzetto, anche lui, l’avrei ritrovato in prigione, per una sfilza di attentati dimostrativi nottetempo in cinque cinema, non mi ricordo per quale ricorrenza storica. Continuavamo a ritrovarci in classe insieme, fin dalle elementari. Ed abitavamo tutti in quello spicchio di Parioli-Trieste, a 100 metri.
Le vicende che ricordo della mia adolescenza, nel quartiere, sono tutte dello stesso genere. Di aneddoti ed episodi simili, ne potrei fornire decine. Nel triangolo tra piazza Euclide, piazza Buenos Aires e piazza Istria, ho rischiato di finire randellato, martellato, sparato, accoltellato, inseguito, aggredito, centinaia di volte – e non lo dico per esagerazione – nell’arco di dieci-quindici anni. E posso assicurare che non ero nessuno, avevo solo le mie idee, un vaghissimo senso di militanza politica, un certo modo di vestire, e la predilezione per certe piazze e bar, piuttosto che altri. Ma bastava tante volte anche un solo capello fuori posto.
A dodici anni, nell’androne della mia scuola media, vidi entrare di corsa due ragazzi un poco pi? grandi, insanguinati. Il bidello ci teneva da parte, ordinando di girarci e chiudere gli occhi per non vedere. Fuori, una folla furente imprecava, brandiva bastoni, tirava sassi, gridava improperi che poi, pi? tardi avrei capito, erano slogan politici.
Dal vedere le cose a pochi metri a starci dentro, il passo ? breve. Pressappoco come fissare il mare coi piedi gi? umidi sul bagnasciuga, per poi finire, immancabilmente, in acqua.
Le vie dei quartieri Parioli-Trieste sono, a parte i viali principali, Tagliamento, Trieste e Parioli, fiabesche stradine verdi di alberi e giardini privati, portoncini di palazzi d’epoca, villette dai muri rugiadosi, odorosi di aranci e mandarini nei mesi invernali, di fichi, prugne e susine selvatiche d’estate. Predilette per appartarsi con la fidanzata, fumare le prime sigarette di nascosto, discutere nei pomeriggi soprattutto invernali al riparo dalle grandi vie trafficate, di filosofia, buddismo, storia, gli argomenti la mattina appresi a lezione nei licei. Ma ideali anche per rischiose scritte sui muri, attacchinaggi, agguati sotto casa, inseguimenti e aggressioni a tradimento, risse, zone d’ombra insomma dove nascondersi, da assaliti e da assalitori. Malgrado gli sforzi per occuparci di fidanzate, prime prove di penetrazione e sesso orale, Anassimene, Anassimandro, le Kim, le Colombo e quegli strani sigarini More, in sempre maggior numero noi ragazzini di sedici, diciassette anni, venivamo rapiti da questo vortice della lotta politica, dell’appartenenza a diverse fazioni, dello scontro sempre pi? esasperato, a fini ideologici. Almeno, cos? credevamo.
Da questo momento doveva cominciare un elenco di morti ammazzati, scanditi dal numero di almeno due l’anno, i cui luoghi di riferimento erano sempre bar, abitazioni, scuole, strade, portoni, frequentazioni legate in qualche modo a questi due quartieri. Un lungo elenco che ricordo in modo molto amaro. Di l? a poco poi, mi sarei reso conto inesorabilmente di essere nell’epicentro delle tre scuole che costituivano il cardine di questa faida politica, e che soprattutto nelle assemblee e nei collettivi si alimentava di adesioni sempre crescenti: i tre licei Giulio Cesare, Tasso ed Avogadro.
Era la guerra. Ci scannavamo come somari, come maiali. Bastava un capello, un modello di occhiale o di scarpa, un tipo o addirittura un colore particolare di motorino, una prova incontrovertibile data da un certo cappellino, o da un capello come sempre fuori, o troppo, a posto.
ll culmine arriv? di fronte la mia scuola, con l’uccisione in un attentato alle otto di mattina di un poliziotto, e il ferimento grave di altri due, in pieno Corso Trieste.
Personalmente, cominciavo a ritenere (e avevo diciannove anni) questa progressione frutto di un delirio inspiegabile, in cui eravamo precipitati noi adolescenti, i cui capi visibili arrivavano alla massima et? di 25 anni. A ripensarci oggi, dei ragazzini. Un delirio maturato fra queste strade ricche, discrete, silenziose, agiate, dai fini parquet e decorazioni d’epoca, sempre umide di una vegetazione a tratti quasi selvatica, ma invisibili per chi non era pratico dei percorsi segreti della zona.
Cominciavo seriamente a interrogarmi, e, per fortuna, a ritenere ogni giorno di pi? il corso degli avvenimenti un vero assurdo. Dovevo salutarmi quasi di nascosto con vecchi amici che avevano
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Il GIUDIZIO DEL DIAVOLO

di G. S.

Era una freddissima giornata invernale, il sole era molto pallido e faceva timidamente capolino, quasi provasse anche lui dei brividi all’idea di uscire. Io camminavo lungo una strada dissestata che attraversava un bosco; mi stavo recando ad un appuntamento con una persona che non immaginava certo d’incontrarmi. Andavo ad una andatura spedita, e questo mi permetteva di mantenere una discreta temperatura corporea. Quel giorno mi ero vestito da prete: camicia, pantaloni e giacca neri, l’unica nota di colore era il colletto circolare bianco. Stonavano un po’ con l’abito talare gli anfibi neri che avevo ai piedi e una vistosa tuba gialla che avevo in mano; non indossavo n? un soprabito n? guanti. Durante quella passeggiata non incontrai nessuno per lungo tempo, solo dopo circa mezz’ora incrociai una vecchietta avvolta in un grande scialle di lana. Quando fummo molto vicini le feci un largo sorriso e lei mi rispose agitando la mano. Si ferm? e mi disse:”Buongiorno padre, io non vi conosco. Siete il nuovo parroco di qualche paese nei dintorni? Forse vi siete perso?”. “No signora – risposi con il mio tono pi? gentile – non mi sono perso e non sono il nuovo parroco. Sono semplicemente un viandante che da molti, molti anni gira per il mondo.” “Che strana risposta, ma ? bello girare per il mondo. Sa io avevo una nipote – e mentre diceva queste parole la sua voce s’incrin? – che aveva iniziato a girarlo, ma purtroppo adesso non c’? pi?.” “Non sa quanto mi dispiace” le replicai. “Ma lei, padre, mi sembra molto giovane. Scusi se glielo dico, ma ha un aspetto molto gradevole e curato per essere un sacerdote.” In effetti mi veniva riconosciuta una certa eleganza, ma con quella bella vecchietta preferii schermirmi. Fu allora che in lontananza, gi? in fondo alla strada, vidi arrivare la persona che attendevo. C’era ancora un bel po’ di tempo, “Signora si sta annuvolando, tra poco nevicher?; ? meglio che vada”. Dissi queste parole mantenendo sempre un tono gentile ma secco e anche gli occhi espressero uno sguardo deciso che convinse la signora. “Si certamente, vado. Ma voi non siete un prete, me lo dice il mio istinto. Ditemi la verit?, ve ne prego”. “Si – accondiscesi – ve lo dico, ma poi voi andate via. Vi va di fare questo patto con me?”. La vecchietta feci si con la testa. “Bene, non sono un prete. Sono solo un viandante”. “Ma allora chi?” inizi? a dire l’anziana signora, l’interruppi immediatamente “Signora avevamo fatto un patto. Io vi ho detto la verit?, adesso andate.” La vecchietta fece due passi all’indietro e mi guardava. “Andate signora, ? tempo!” dissi, e stesi il braccio ad indicarle che doveva allontanarsi. Mi ero gi? voltato per andare incontro all’uomo che aspettavo, quando mi volsi e dissi alla donna:”Vostra nipote era veramente molto bella”, lei sul momento non disse niente, si fece il segno della croce, poi disse semplicemente “adesso so chi siete. Ma non mi fate paura.” “E perch? dovrei farvela? – chiesi – Al contrario sono molto contento di avervi incontrato”. Dette queste ultime parole, la vecchietta si conged? con un bel sorriso e io le feci un piccolo inchino.
Mi volsi, era tempo di passare all’azione. L’uomo che attendevo si stava avvicinando, era una figura alta, aveva i capelli ricci castani, un volto molto piacevole, l’aria altezzosa e decisa. “Ehi lei!” mi apostrof?, io ero ritto davanti a lui, dai miei occhi scatur? un breve quanto incandescente lampo d’odio che non gli sfugg?. Pensando di avermi offeso con il suo tono, cerc? di mitigare la sua voce e disse:”mi scusi.. sa ma io mi trovo in una situazione assurda. Mi ritrovo improvvisamente in questo bosco, ma non so capacitarmene. Mi scusi potrebbe dirmi dove mi trovo?”. “Lo so bene che non capisci dove sei, caro Stefano.” “Ma come conosce il mio nome, mi dica dove cazzo mi trovo” url? l’uomo. Io emisi una leggera risata e lo schernii dicendogli:”sei sulla strada che hai imboccato”. L’uomo accecato dal furore mi si avvent? contro, io semplicemente lo presi per il bavero lo scagliai via, facendogli compiere un volo di un centinaio di metri che termin? addosso ad un albero. Con un solo unico balzo fui accanto a lui e lo afferrai per i capelli e gli dissi:”ti dispiace accomodarti un po’ qui con me, Stefano? Sai dobbiamo fare quattro chiacchiere”. Lui mi guardava rabbioso e spaventato al contempo, avevo lasciato la presa sui suoi capelli e lo avevo abbandonato seduto con la schiena addossata all’albero. “Sto per impazzire, ieri sera ero a Bologna, sono andato a dormire e adesso mi trovo in questo bosco. Ma forse sto sognando”. Io, che stavo in piedi davanti a lui a braccia conserte, con calma gli spiegai “Non stai sognando, stai vivendo semplicemente gli ultimi momenti della tua vita”. Stefano, fu scosso da un forte tremito, si rendeva conto di essere sveglio e di essere alla presenza di qualcuno, io, che dominava completamente la scena. Si mise la testa tra le mani cercando di riordinare disperatamente le idee. “Che cazzo succede, perdio, dimmelo!” si alz? di scatto e cerc? di correre, ma una mano invisibile sembrava trattenerlo, si afflosci? a terra allarg? miseramente le braccia e scoppi? a piangere. “Non ? possibile, non ? possibile” erano le uniche parole che gli uscivano dalla bocca. Io cominciavo a provare un sordido odio che nasceva dallo stomaco e mi arrivava al cervello. Ma dovevo dominarmi, non ero l? per una vendetta personale, ero l? per assolvere un compito che altri mi avevano dato. Con la punta del piede destro gli detti un leggero colpo sulla coscia destra e lo costrinsi a voltarsi verso di me, “guarda cosa c’? appeso al ramo di quell’albero alle mie spalle” accompagnai queste mie parole con il braccio teso ad indicare una pianta alle mie spalle. Un urlo rauco usc? dalla gola di Stefano, i suoi occhi avevano visto il corpo di una donna impiccata che penzolava dal ramo. “La riconosci?” chiesi, mentre a stento dominavo l’emozione. Lui a respirava appena, dalla sua bocca uscivano suoni inarticolati, “Bene – ripresi – visto che hai perso il dono del tuo eloquio, cos? tanto apprezzato, ti confermo che quello ? il cadavere di Teresa, cos? come fu trovato qualche mese fa. Era appeso esattamente a quell’albero, era una giornata uguale a quella di oggi. Ma adesso Stefano, ti ordino di ritornare in te, devi essere lucido e capire bene quello che ti sta succedendo”. Lui si gir? verso di me, era pallidissimo, ma era di nuovo in grado di parlare. “Dimmi chi sei e cosa significa questa pagliacciata”, non mi trattenni e gli sferrai un calcio. Ma gli chiesi immediatamente scusa, non ero l? per vendicarmi. “Non ? una pagliacciata, Stefano. Non puoi definire cos? il suicidio di una donna di 29 anni”. “Io non ho ucciso nessuno. La sua morte non mi riguarda, io ero stato chiaro con lei, per me non rappresentava niente di speciale. Se si ? uccisa ? per altri motivi, io le ho dato la possibilit? di crescere, di starmi affianco, di poter ammirare il mio lavoro, le ho insegnato tanto. Ma io non sono fatto per stare con una sola persona. Io ho bisogno di continui stimoli, io sono..” Ma qui l’interruppi e con una punta di sadismo gli dissi “Caro Stefano tu non sei, puoi cominciare a dire <>”. “Ma tu che vuoi da me? – mi chiese – tu chi sei? Cosa te ne frega a te di quella povera cretina? Eri un suo amante?”. “No – replicai, lasciandomi sfuggire una risatina – non ho fatto in tempo, sei arrivato prima tu”. “Allora la tua ? una vendetta, ma tutto questo ? assurdo, io?”, non termin? la frase e url? nuovamente disperato. Mi schiarii la voce prima di dirgli:” Vedi Stefano io non mi sto vendicando, n? sto vendicando Teresa; ha scelto lei quale indirizzo dare alla propria vita. Se alla fine tutto ci? l’ ha portata a mettersi una corda al collo, la responsabilit? ? solo sua. N? io ti odio – proseguii – quanto meno a mente fredda, infatti io, a Teresa, l’ ho persa per colpa mia. Ma tu sei una persona spregevole, un vero pezzo di merda. E, vedi caro Stefano, non ?, come molti credono, che i conti si pagano solo alla fine. A volte, ed ? proprio il tuo caso, si ? fermati molto prima della fine auspicata e prevista.” “Ma che stai dicendo, non capisco. Tu stai affermando che te la volevi scopare e non ci sei riuscito. Poi mi dici che sto per morire, ma non ? una tua vendetta. Ma soprattutto: dimmi chi sei”. “Sono esattamente colui che stai pensando che io sia. Ti rifiuti di ammetterlo, perch? la tua intelligenza te lo impedisce. Ma io sono il diavolo, in carne e ossa e per te rappresento la mano del destino, una pesante mano del destino. Io sono stato mandato qui affinch? il tuo cammino venga interrotto. E ti assicuro che se ci penso non trovo nessun particolare piacere nel vederti morire”. Stefano in uno sprazzo di lucidit? mi chiese “Ma perch? invece di uccidermi, non la resusciti e poi te spassi con lei? Oppure perch? non hai usato il tuo potere per cambiare il corso delle cose”. Sospirai, arricciai il naso e scossi il capo.”Semplicemente non mi ? stato permesso, non sono stato abbastanza bravo”. Con tono asciutto aggiunsi:”Bene Stefano il tempo ? scaduto e il tuo destino sta per compiersi.” In quel momento apparve Teresa, e poi un’altra e poi una altra ancora. Alla fine erano centinaia, tutte si avvicinavano all’uomo e tutte cominciarono a toccarlo: chi gli accarezzava il viso, chi a toccargli le braccia, chi a pulirgli le scarpe. E continuavano ad arrivarne altre e altre ancora: alla fine erano migliaia. Quando tutto fin?, io battei una volta le mani e tutte le “Terese” scomparvero. Dove prima c’era Stefano adesso c’era il vuoto: era stato consumato da tante carezze, da tanti abbracci, da tanti strofinii. Non era rimasto pi? niente. Lui che aveva sempre voluto essere adorato e trattato come un idolo, era stato accontentato, ma allo stesso tempo questo l’aveva distrutto, annientato, cancellato!
Io mi volsi e mi incamminai verso la strada, dopo pochi metri mi chinai a raccogliere la tuba gialla me la posi sul capo e ripresi il cammino.
Avevo fatto poche centinaia di metri, quando da dietro un albero comparve la vecchia con lo scialle. Mi fermai, lei fece qualche passo verso di me e mi disse “Non dovrei, ma la voglio ringraziare. La vendetta non ci restituisce quello che abbiamo perso, ma ci lascia, forse, un po’ meno sconsolati.” Io la guardai pensieroso, e lei riprese:”ho l’impressione che voi eravate in qualche modo legato a mia nipote. Vi posso chiedere come?”. “Vostra nipote era molto bella e io la volevo. Ma nemmeno a me ? dato vedere esauditi tutti i miei desideri. Non ci siamo compresi. Sentendomi ferito, in altro modo, ma anch’io l’ ho trattata male. D’altronde – dissi quasi ridendo – non sono certo io che sono nato per porgere l’altra guancia.” “Ah signora, un ultima cosa potrei toccare un attimo il suo scialle?”. La signora se lo tolse e me lo porse, io lo presi tra le mani e glielo ridiedi in fretta, quasi mi scottasse tra le mani. “La conoscete la storia di questo scialle, vero?”, mi disse la vecchietta, “Si, Teresa me la raccont?.” Sembrava che la signora non mi volesse lasciare andare, esit? a lungo e quindi mi chiese “Ditemi: come Vi chiamate?”, “Aramis” e lei di rimando “si me l’aveva detto.” Io mi inchinai, questa volta profondamente, e andai via.

F. S.

IL BIVIO

Sei ferma al bivio e aspetti la scelta
La scelta giusta che ti soddisfi ogni volta che ci sar? un bivio e non
Sai cosa fare
Non devi far altro che ricominciare
Segui la tua direzione, segui il tuo verso ed ogni tanto voltati
Durante il percorso controlla le impronte che lascerai e fa che
Apprtengano ai passi tuoi
Tra incroci e curve che supererai cerca sempre la luce e non sbaglierai
E sarai fortunata perch? comunque vada tu stai camminando sulla tua
Strada

F. S.

INNAMORATA

Ho bisogno del tuo cuore e voglio restarci sopra
Perch? il tuo cuore ? una stella e brilla di luce propria
Tu hai bisogno del mio cuore
Per rimanere felice
Perch? il mio cuore ? uno specchio e ti ricambia la luce
Dimmi dove sei stata
Da quale fiaba sei uscita
Stanotte sembri una fata
Perch? tu sei innamorata

F. S.

2000

2000 schiaffi avuti senza peccare
2000 scherzi per sdrammatizzare
2000 a sperare con 2000 preghiere
2000 a sparare su 2000 barriere
2000 vincenti pronti a festeggiare
ma solo i perdenti sapranno imparare
2000 lavori che non puoi pi? fermare
2000 futuri per ricominciare
2000 sogni 2000 realt?
2000 menzogne che la gente dir?
2000 sorrisi 2000 sposati
2000 divisi gli altri sono scappati
2000 sbagli l’ultimo ? stato qui
sono 2000 anni che va avanti

F. S.